Contenuto principale

 

humboldt

Sulle scale dell'Università Humboldt

muro

Le tracce del Muro a Berlino

leggono

La commemorazione a Treuenbrietzen

fiore

fiori

Fiori per non dimenticare

Il 4 marzo si è si è concluso l’ultimo dei tre turni del Viaggio della memoria 2017, al quale hanno partecipato le classi 4B e 4C del Classico e la classe 4F dello Scientifico. Quest’anno la meta è stata Berlino, con un percorso che ha trattato un tema poco conosciuto: la sorte degli IMI (internati militari italiani) , deportati a causa del loro rifiuto di prestare servizio nell’esercito tedesco o in quello della Repubblica Sociale Italiana; fra questi anche un giovane reggiano, Allenin Barbieri, barbaramente trucidato a Treuenbrietzen con altri italiani, quando già i russi erano giunti a liberare il campo di concentramento, senza però riuscire a garantirne la sicurezza. Un reparto di tedeschi tornò e fucilò tutti gli italiani presso una cava di sabbia, sulla quale si è tenuta la toccante cerimonia di chiusura. Il viaggio ha permesso ai ragazzi di approfondire anche la loro conoscenza della storia di Berlino, e soprattutto del “muro”, emblema della guerra fredda e dello scontro senza quartiere fra due opposte visioni del mondo, ed ha fatto nascere molte riflessioni sul tema della libertà e del suo vero significato. Pubblichiamo qui alcuni pensieri dei nostri studenti.

Arbeit macht frei.
La frase stampata sui cancelli dei campi di concentramento e sterminio nazisti. La frase che esprime con parole chiare e semplici lo stesso concetto che ci viene fatto assimilare durante i nostri anni di scuola, il motivo stesso per cui andiamo a scuola, per cui siamo spinti e siamo obbligati a studiare, se vogliamo essere sicuri di essere liberi. A scuola ci viene insegnato che il lavoro rende liberi.
Bastano la scuola e il lavoro, lo studio e l' adempimento del dovere scolastico e sociale, per renderci liberi, buoni, capaci di pensare con la nostra testa, capaci di distinguere il bene dal male?
I gerarchi di Hitler, i suoi amici e collaboratori più stretti, provenivano da famiglie borghesi, non erano poveri, disperati o pazzi; avevano studiato, alcuni sapevano suonare uno strumento, erano laureati, sposati e con figli: uomini modello per la nostra società, perfettamente integrati. A scuola avevano sicuramente insegnato loro che il lavoro rende liberi. Sappiamo che Hitler era un artista mancato, frustrato e con idee psicopatiche, ma è riuscito a convincere, oltre che una enorme nazione, molti uomini colti, sereni, sani di mente, in pace con se stessi e con la loro vita.
Quindi se Hitler era un pazzo, non lo erano sicuramente i suoi gerarchi. I gerarchi di Hitler erano come noi. Potevamo essere noi i gerarchi di Hitler.
Pensiamo di poter affermare, dopo aver riflettuto su ciò, che a volte il contesto in cui viviamo ci lancia lo stesso messaggio stampato sui cancelli dei lager. La società ce lo lancia. Le persone che conosciamo ce lo lanciano.
Ma dentro di noi bisognerebbe che sapessimo, e che fossimo capaci di capire, che non sempre 'arbeit macht frei’.
Luigi Menozzi 4F

La cosa che più mi ha colpita della visita al campo di Sachsenhausen è stata l’importanza che la nostra guida ha dato all’assenza di solidarietà tra i prigionieri.
So che certe impressioni dipendono molto dal carattere della persona che espone la memoria, ma è questo che mi è rimasto impresso: il fatto che le condizioni fossero così estreme da far saltare anche le più forti definizioni non solo di società, ma soprattutto di umanità.
In particolar modo per me, che sono una persona così attaccata alle mie regole interiori, è un’idea difficile da concepire. Riuscire a immaginare atti di cattiveria gratuita, pur essendo vittime di un’ingiustizia così grande, spiega la condizione in cui si trovavano quelle persone, la condizione più estrema che la mente umana riesca, con fatica, a concepire.
Se c’è qualcosa che questa esperienza mi ha lasciato sotto la pelle è la consapevolezza di non essere in grado né di concepire, né di capire. Non sono qui per essere la portavoce dei miei compagni, non so cosa abbiano provato loro durante questa visita più di quanto io non sappia cosa abbiano provato i detenuti durante la prigionia, e non pretendo di riuscire a farci capire cosa ho provato o cosa provo.
La meraviglia del linguaggio non è abbastanza per comunicare la sensazione di straniamento e raccapriccio, di orrore invadente, che mi pervade da ore. Abbiate rispetto e non dimenticate mai. Non lasciamo che niente vada perduto.                                                                                  Bianca Macchitella IV C

Un viaggiatore della memoria prova a entrare nella testa di un soldato di guardia al muro
1 Marzo 1962
Caro diario,
penso, penso, è tutto il giorno che penso.
Fino ad oggi ho vissuto la mia quotidianità senza farmi troppe domande o meglio, cercando di reprimere i dubbi che talvolta tentavano di uscire, ma oggi è un po’ diverso, il cielo ha un colore grigio pietra strano. Non so spiegarmelo, sarà stato il discorso fatto con quel vecchietto l’altro ieri.
Il muro: la protezione dal fascismo, quella cosa fondamentale che fa si che non ci mettiamo i piedi in testa a vicenda, a tutti i beni primari. E fuori? Beh ovviamente là fuori è il diavolo a governare sotto forma di denaro, un mondo parallelo al nostro dove la borghesia sfrutta gli operosi lavoratori. Non riesco a capire fino in fondo il motivo per cui molti tentano di scappare dalla nostra Berlino. Ma fatico ancora di più a capire quel male che ai nostri occhi identifica l’ovest. D’altronde dalla mia postazione di guardia posso vedere come anche di là i bambini giocano a rincorrersi e i giovani aiutano gli anziani ad attraversare la strada.
Mi chiedo se tutto ciò abbia un senso, ma soprattutto se questa divisione sia fondata o costruita su deboli fondamenta.
E’ tutto un dubbio, ma nel frattempo l’ovest è male e noi siamo la giusta uguaglianza.
Buonanotte.
Anonimo
Classe IVF

Talvolta accade che un edificio o un reperto storico continuino ad esistere ma cambino funzione. Nel campo di Sachsenhausen l’alloggio delle SS è stato trasformato nel campus della scuola di polizia, in modo da ricordare costantemente a chi la frequenta il principale obiettivo: preservare e difendere la dignità dell’uomo, come diritto inviolabile. Fra i valori violati e calpestati dal Nazismo la dignità è forse quello che oggi è messo più in pericolo. Ripudiamo il Nazismo eppure continuiamo a dividere gli uomini per nazionalità, orientamento sessuale o religioso. Tendiamo a considerare le altre categorie delle classi separate e meno degne. Questo è il principale monito che un campo di concentramento,un museo o un memoriale deve lasciare: non dimenticare mai la nostra identità di esseri umani, l’appartenenza ad un’umanità che non deve mai dividersi, tradire i propri valori, negare ad alcuno la propria dignità.
Beatrice Baldini IVB

Assenza di colore, assenza di qualsiasi rumore, perché tutto è attutito dalla terra ostile, assenza di vita, assenza di umanità, assenza di….assenza. Assenza di memoria. Quando ho posato il mio fiore nel campo di Sachsenhausen ho sussurrato: “Perché il silenzio non uccida più. Almeno non il mio”.
Arianna Torelli IV C